Chi può essere considerato una persona equilibrata?

Nel 1977 lo psicanalista  Reuben Fine così rispose: “… è più facile che un uomo trovi la felicità se invece di odiare ama, se prova piacere e gratificazione sessuale, se ha una vita affettiva sia pur guidata dalla ragione,un giusto ruolo nella famiglia, il senso della propria identità, se lavora,
se è creativo, se partecipa all’ordine sociale, se sa comunicare ed è in misura ragionevole esente da sintomi psichiatrici”.

Agenzia ricerca collaroratori; poco professionale!

Sei alla ricerca di un’occupazione? Affidi la ricerca di un nuovo datore di lavoro ad un’agenzia?
Oppure la classica e obsoleta frase: “sono alla ricerca di una nuova sfida professionale”. Ebbene, malgrado le agenzie vantino al loro interno cacciatori di teste che si firmano con nomine quale: dottore, dipl. in HR, cert. consulenza personale, ecc…. Abbiate rispetto e fatevi crescere quella parte di dubbi sulla vera efficacia e professionalità. Insomma badate bene a chi affidate i vostri dati e le vostre aspettative. Eccovi un esempio di…elementare freddezza e di mancanza di competenza verso UMANI.

“Stiamo cercando per un’ azienda nel luganese,
1 Impiegata ufficio vendite
Se è interessata, compili pure la griglia verrà ricontattata. Grazie dottoresa xxxxyyyy”

Di quale agenzia si tratta? —> lasciate un commento per saperlo.

Il lavoro come dipendenza

In occasione dell’evento ASQ (associazione svizzera dei quandri) dello scorso 12 marzo 2012 presso AMAG Breganzona si é discusso del “work life balance”. Alla presenza di Stefania Boleso, Ruby Belge, Tom Schefler e Roberto Pirola nel ruolo di moderatore/animatore si sono tematizzati vari argomenti inerenti il corretto bilanciamento fra la vita professionale, il tempo libero e il tempo dedicato alla famiglia.

Belge, Boleso e Schefler ospiti della serata ASQ

Sulla base di informazioni diramate dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO, con sede a Ginevra) si apprende che la barriera nella quale rientra la definizione di “orari prolugati” si colloca a 48 ore settimanali. Al superamento di tale soglia si parla di “giornate eccessive” dal punto di vista di carico di lavoro al quale si sottopone il 22% della forza lavoro mondiale (circa 600 milioni di impiegati) mentre al superamento di 50 ore settimanali di lavoro si entra in una contesto di rischio “workaholic” ovvero di incontrare dipendenze, patologie, danni psicologici e fisici. Situazioni quest’ultime che nella zona UE portano ad un costo annuo di 55’000 milioni di euro per incidenti e malattie.

Le principali cause di queste situazioni occupazionali possono aver inizio da un superiore gerarchico il quale esercita eccessive pressioni nei confronti dei propri collaboratori sentendosi loro in obbligo di rispondere a tali esegenze, fornendo dimostrazioni di attaccamento e rettitudine ma nel contempo ponendosi in stati di ansia, paura di non concludere entro i termini, di incertezza.

Altri fattori causa del workaholic possono iscriversi alle pressioni economiche, familiari o sociali, la competitività, la necessità di fornire prestazioni altisonanti, la paura di pedere l’impiego, le mancanze di affetti e di tolleranza, il timore di pesanti e inopportune critiche dal/dai superiori. In merito a razionalizzazione degli orari é opportuno porsi qualche riflessione; si cerchi una risposta plausibile alla domanda in base alla quale 600 milioni di persone si sottopongono ad orari prolungati e poco più di 212 milioni sono incerca di occupazione.

Note:  È dipendente da lavoro, chi….

 • ricava un vero piacere dall’essere sempre impegnato, anche se potrà lamentarsi del fatto che “senza di lui le cose non vanno avanti!” e che è costretto a occuparsi di tutto.

• tollera poco e male le persone che non vivono come lui il rapporto con il lavoro

• incide pesantemente sul clima interno, esercitando sugli altri la pressione che egli esercita su se stesso

• spesso è perfezionista, rigido, focalizzato su ciò che non va

• è distante dagli aspetti “umani” del rapporto lavorativo (analfabetismo sentimentale)

Inoltre: La sindrome da dipendenza dal lavoro o sindrome da workaholism è un disturbo ossessivo-compulsivo, un comportamento patologico di una persona troppo dedita al lavoro e che pone in secondo piano la sua vita sociale e familiare sino a causare danni a se stessa, al coniuge, ai figli.

 

Reputazione, atti non parole.

È un bene che si deve guadagnare ed elaborare. Proviene dalla percezione collettiva di persone e/o da gruppi che possono essere i collaboratori, i clienti, i fornitori, lo Stato, le organizzazioni e le associazioni. La gestione della reputazione pianifica, cura, conduce e controlla la notorietà della persona stessa ma anche dell’azienda che lega al proprio nome.   

  • La base per un successo permanente.   In ambito aziendale la gestione della reputazione é prevalentemente affidata alla conduzione, alla direzione.  Inizia dalla determinazione dei valori degli obiettivi ai quali l’azienda tiene in particolar modo. In questo non devono mancare quelli sociali, destinati primariamente anche ai propri collaboratori e vissuti quotidianamente. Promettere ciò che può essere mantenuto, comunicazione aperta e sincera, essere attenti alle critiche o ancor meglio ricercarle all’interno dei vari settori allo scopo di anticiparle. 
  • Rischi considerevoli. Il maggior problema della reputazione é che essa é in costante pericolo. I settori della finanza, l’industria farmaceutica o petroliera sono in testa alla classifica dei rischi. Mediamente occorrono più di tre anni ad un’azienda per risollevarsi da una perdita di reputazione ed eliminare i “punti neri” e non vi é certezza che la si riacquisti totalmente.  

Tendenze e motivazioni all’acquisto

One point… shop? Stop!
La crisi economica ha certamente colpito con maggior forza gli ipermercati, ma tra gli addetti ai lavori inizia a circolare la consapevolezza che il format stesso abbia nella sua stessa concezione alcuni elementi di debolezza.

 

Sono ancora validi i fattori critici di successo del format, tipo:

– Ampiezza assortimentale,

– Semplificazione dell’acquisto,

– Contenuto esperienziale e convenienza?

 

Sono i fattori sui quali gli ipermercati hanno puntato nel corso degli anni e che oggi sono messi a dura prova.

Numerose ricerche evidenziano ormai come l’ipermercato spesso venga meno alla mission di semplificazione dell’acquisto (“one point shop”): in generale l’eccessiva densità referenziale, anche nella medesima fascia di prezzo, insieme alla complessità del layout, generano tempi di permanenza all’interno della superficie di vendita eccessivamente elevati rispetto ai format concorrenti e, talvolta, si registra una forte ansia percepita dal consumatore sul punto di vendita. Inoltre lo stesso target primario degli ipermercati, le famiglie numerose più attente alla spesa “di scorta”, risultano strutturalmente in calo: ogni giorno leggiamo infatti dell’invecchiamento della popolazione, del minor numero di figli e così via.


Venendo invece alla convenienza si assiste certamente alla forte crescita della pressione promozionale su tutti i formati (27,9% di promo negli ipermercati contro il 24% dei superstore e 19,5% supermercati) anche come risposta alla crescente richiesta di risparmio sul carrello della spesa in tempo di difficoltà economica delle famiglie.

 

Il “brainstorming” é ancora efficace?

data di nascita: inizio anni 40

genitore: Alex Osborn

Pare proprio che l’età inizi a pesare per l’arci nota tecnica del “brianstorming”. Il motto generato dall’inventore secondo il quale per vendere la tecnica alle aziende affermava che: “l’individuo medio ha il doppio delle idee quando lavora in gruppo rispetto a quando lavora da solo” é stata sonoramente smantellata. Molti ricercatori si sono dati da fare per verificarne la correttezza e apportare qualche ragionamento attualizzato ai giorni nostri. Brian Mullen dell’Uni del Kent a Canterbury e la sua équipe hanno verificato una ventina di studi che testavano l’efficacia del b. Hanno proceduto anche a test separando le persone in gruppi e singoli con lo scopo di trovare idee per una campagna pubblicitaria o allo scopo di ottenere misure per ridurre il traffico. Hanno contato le proposte e ne hanno verificato la loro fattibilità. Ebbene il risultato é lungi dall’essere favorevole al lavoro di gruppo. Il b. fallisce per un effetto di “pigrizia sociale” ovvero; in caso di insuccesso elementi del gruppo potranno sempre suddividere o incolpare altri del mediocre successo o fallimento. Gli individui che lavorano soli si assumono, invece,  interamente il merito o il demerito. Quindi per oltre sessant’anni il metodo potrebbe aver alterato o inibito la creatività di individui integrati in un gruppo b.       Che ne pansate voi?

A proposito di URGENZA e di IMPORTANZA

Urgenza e/o importanza. Quali sono i vostri pensieri in merito ?

Matrice di Eisenhower

A proposito di urgenza e importanza, un modo molto semplice a supporto delle nostre decisioni quotidiane, lavorative ma non solo, (in pratica: cosa fare e quando farlo) è quello di riferirsi alla cosiddetta Matrice di Eisenhower.

La combinazione delle due dimensioni di cui sopra genera uno scenario fatto di quattro situazioni possibili: (a) urgente e importante, (b) urgente e non importante, (c) non urgente e importante, (d) non urgente e non importante.

Il caso (a) non ammette possibilità di scelta: è necessario agire subito (per il bene nostro e/o dell’azienda).
Il caso di natura opposta, il (d), rappresenta l’insieme di cose che faremmo meglio a cestinare o, al limite, a delegare a qualcun altro. Nonostante la premessa, esiste la tendenza a indugiare in queste attività molto più di quel che dovremmo; le ragioni sono due: una certa difficoltà (e soprattutto) soggezione a dire no, e il fatto che i compiti di questa categoria tendono a ridurre lo stress (cosa positiva nel breve, ma alla lunga deleteria nel momento in cui ne deriva uno stress maggiore per l’accumulo e la mancata esecuzione delle attività più importanti e/o urgenti).

Quasi tutte le nostre difficoltà di gestione del tempo (con lo stress che ovviamente ne consegue) nascono però dalla confusione di fondo che operiamo nel valutare i casi (b) e (c). La tendenza, infatti, è quella di dare priorità ad attività urgenti ma non importanti, a scapito di quelle importanti e non urgenti. Questo perché non si coglie il valore strategico e di lungo periodo delle seconde.
Le attività di tipo (b) sono quelle che subiamo, le attività di tipo (c) ricadono invece nell’alveo del nostro controllo, ed è probabilmente per questo motivo che, inconsapevolmente, sacrifichiamo le seconde. L’errore, grave, consiste nel fatto che le attività importanti prima o poi si devono comunque fare, dunque il tempo deve essere trovato, addirittura con il rischio di toglierlo alla propria famiglia o alla vita sociale, cosa ancor più grave.

La soluzione giusta è allora quella di adottare la suddivisione tra importanza e urgenza come vera e propria forma mentale, e in accordo a ciò organizzare il più serenamente possibile la propria giornata.

…e voi che ne dite?

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