Isola d’Elba – campionato mondiale mtb marathon. Oltre 6 ore di competizione per assegnare il titolo mondiale di mtb marathon. Tutto normale in uno sport per duri dedicato a chi ha fondo e resistenza. I chilometri si accumulano le energie si assottigliano. La tecnica e le abilità di guida sono intaccate dalla lucidità mentale che con il trascorrere dei minuti si affievolisce. Parametri di quantificazione dello sforzo sotto controllo costante, equilibrio idrico, sali, zuccheri, gel e alimenti a rapida assimilazione a pieno regime e a portata di mano degli addetti nelle varie zone rifornimento. Il tempo segna ogni fisico, anche quello più preparato. Come atleta concentrato nello sforzo non senti lo speaker bensì intuisci dei suoni più o meno decifrabili. Non vedi la struttura d’arrivo bensì intravvedi sagome ed aloni colorati. Non percepisci più il contrarsi dei fasci muscolari bensì rasoiate alle gambe che ti impediscono qualsiasi altro sollecito per accelerare, ti basta quanto necessario per un ritmo atto a mantenere l’equilibrio. Quattro parole masticate fra i denti stretti dallo sforzo costante: “Sono veramente molto stanco”. E come non capirlo ed immaginarlo. C’è ancora da spingere e da guidare pulito fra sassi e buche se vuoi arrivare alla fine, guarda avanti e ragiona, lascia la stanchezza alle spalle. Dopo la linea del finish è gradevole trovare un solo scalino per appoggiare le ossa, hai ancora 100 calorie da consumare e poi ne avrai bruciate 7000. Ne hai ancora qualcuna per masticare l’ultima ciambella dal bancone-colazioni ormai rimasta al bar dell’angolo. Qualcosa di diverso dai chimici gel, un gusto gradevole al palato impastato con il terriccio inghiottito in gara. Il bianco dello zucchero a velo fa contrasto con il marrone della polvere incollatosi al sudore sul viso, sulle gambe, sulle braccia. Ti bastano poche calorie per una doccia e per deambulare, poi sarà solo recupero e ricordo e racconto e altri sogni e spiaggia e gelato. Buon relax lottatore eroe. Anche oggi è stato piacevole e avvincente essere al tuo seguito.
Glisente; diabolica ed impossibile (da Esine).

In verità è San Glisente e come spesso indica il San, si tratta di salita impegnativa. Questa è la peggiore di tutte! ! Per me resta Glisente, senza San, non ho raggiunto l’eremo e rispettiva chiesa ubicati a 1956 m s.l.m. Gli ultimi 800 m risalgono un vago sentiero, nascosto dal manto erboso, dal calpestio degli zoccoli di mucche e dalle rispettive concimazioni. Nulla a che vedere con il pedalare, solo uno spingere e sollevare il mezzo. Mi son fermato un centinaio di metri dopo l’ultima stalla avvolta nella nebbia di fine ottobre, foto e giù, verso Esine.



Si narra che Glisente fu un combattivo ed intrepido comandante al servizio di Carlo Magno. Meritevole di aver sconfitto i Longobardi in Val Camonica chiese al sovrano di concedergli il ritiro a vita appartata e di penitenza. Scelse di salire quassù, da eremita, per riappacificarsi con l’anima e meritarsi il perdono divino. Il solo fatto di arrampicarsi a quasi 2000m di quota gli davano buone credenziali di remissione dei peccati. Vi rimase fino al 6 agosto del 796 quando fu ritrovato esanime nell’eremo.
Per salire in mtb – pur non aspirando ad alcuna assoluzione – si parte da Esine, dalla provinciale. Le pendenze sono ardue da subito, poi peggiorano. Inizio in asfalto, poi una doppia striscia di asfalto divisa da ciottoli, poi lastricato con fughe profonde che fan vibrare tutto, poi sterrato, fango e sassi. E si sale, di brutto. Pendenza media 17-18% altri tratti di decine di metri anche oltre il 30%. Alla continua ricerca nel distribuire il tuo peso, devi far aderire la posteriore e non alzare l’anteriore. Foglie di castano e aghi di larici peggiorano il tutto. Incontro una mandria di mucche, persino loro hanno timore, gli zoccoli scivolano via, sia sull’asfalto, sia sui sassi. Io scivolo, come detto, ma ora anche per le loro deiezioni. Forzatamente devo scendere e camminare, le placche metalliche degli attacchi pedali sono tremende in fatto di aderenza. Situazione che si ripete anche in discesa, il fogliame autunnale tradisce ad ogni cambio di direzione e di pendenza. Ti rende prudente e sei sempre con le leve dei freni tra le dita. Le mie personali conclusioni sono un mix fra orgoglio, autostima e l’amaro in bocca per non essere giunto alla meta simbolo, quell’eremo da foto. Son del parere che sia una prestazione poco allenante, interrotta nel suo esercizio in sella, vi molti tratti da percorrere a piedi. Appagante la natura, il gioco dei colori autunnali e, benché siano pochi, i punti panoramici sul fondovalle camuno.










